RACCONTO DI UN GIORNO D’ESTATE

estate

Il caldo era davvero insopportabile quel giovedì d’agosto della scorsa estate alle porte del mio paesello dell’entroterra messinese, completamente al di fuori dalle rotte turistiche. Muri bassi circondano poderi, cespugli di more lungo la strada polverosa, un concerto di cicale in mi minore e sterpaglie ovunque: un paesaggio alla Montale in “Meriggiare”.

Solitamente vado al lavoro a piedi ed anche abbastanza spedito, ma quel giorno si rese necessaria una pausa, troppa afa. Decisi così di fermarmi nell’unico bar lungo il percorso per godere qualche minuto dell’aria condizionata, sorseggiando un latte di mandorla ghiacciato.

Dovevo prendere servizio alle 15:30 ed un po’ di margine l’avevo, poi tutta una tirata fino alle 23:30, ma per fortuna il giorno dopo ero di riposo.

Ricordo tutto come se lo stessi rivivendo adesso.

Sì, ecco, rivedo il bar, piuttosto grande. Entro, è semi deserto, solo due o tre avventori, per giunta in procinto di andarsene. Scelgo un tavolo un po’ defilato per evitare di essere investito dal caldo della strada, nel caso qualcuno aprisse la porta dopo di me. Evento peraltro improbabile vista l’ora solitamente dedicata alla pennichella, perlomeno da queste parti.

Seduto su uno sgabello traballante, gomiti appoggiati sul bancone e mani sotto il mento, un barista dall’aria assonnata mi guarda con aria indolente e non parla. “Aspetto che mi interpelli” penso “fretta non ne ho”.

Il ritrovato sollievo dovuto a quella frescura artificiale mi rende pesanti le palpebre, mi sento pervaso da una sensazione di totale benessere “sì, mi sto rigenerando” mi lascio andare?

All’improvviso, anticipata da una folata d’aria bollente, proprio quella che avevo cercato di evitare, ecco comparirmi davanti una donna, come una visione che si materializza. È straordinariamente bella, alta e con lunghi capelli corvini che scendono sulle spalle.

Un busto magro e proporzionato, circa sessanta cm di vita da mannequin, indossa una minigonna di jeans a vita bassa che mette in evidenza due gambe affusolate e toniche, su zeppe non esagerate. Considero che avrà sui trent’anni.

È molto accaldata anche lei: piccole perle di sudore fanno brillare una splendida pelle abbronzata, andandosi successivamente ad infilare, scivolando lentamente, fra due seni rigogliosi, esaltati dalla generosa scollatura di un ridottissimo top, anch’esso di jeans.

Prende posto in un tavolo vicino al mio, chiedendo al dormiglione dietro al banco una coca con limone e ghiaccio che però tarda ad arrivare.

I nostri sguardi si incrociano diverse volte nel locale ormai vuoto, mentre penso: “Che ci sta a fare una meraviglia del genere in un posto così desolato, Da sola, per giunta!”

La osservo, la scruto, la ammiro, non posso fare a meno di immaginarla nuda, di carezzare la sua pelle morbida e vellutata, di baciare le sue labbra rosse segnandone i contorni con la lingua. La desidero.

Eccitatissimo dalle mie fantasie mi alzo per andare in bagno a darmi una sciacquata, prima che la sconosciuta si accorga dello stato che denuncia il gonfiore che si comincia ad intravedere dai pantaloni. Ancora un minimo di ritegno ce l’ho.

Mentre mi accingo alle operazioni di rinfresco, sento dietro di me la porta del bagno aprirsi.

Quasi automaticamente alzo lo sguardo e dal riflesso comincia a prendere forma, man mano che si avvicina, la splendida figura della sconosciuta appena entrata. Non posso crederci: “Mi avrà seguito, sarà qui per me?”

Mi guarda dallo specchio in silenzio, io sono chino a sciacquare il viso, lei si avvicina ed appoggia il corpo sulle mie natiche spingendomi delicatamente fino ad attaccarmi al lavandino. Resto ammutolito. Così, preso alla sprovvista, non so che fare.

Senza dire una parola, mi cinge la vita con un braccio, mi slaccia la patta, mette una mano dentro e mi afferra il pene che, per quanto è eccitato, non vuole saperne di uscire dagli slip. Decido di aiutarla slacciando il primo bottone ed abbasso un po’ i pantaloni per farlo venir fuori subito. Quando ci riusciamo, è come se fosse stato sganciato da un elastico, è duro come una sbarra di acciaio.

Sempre alle mie spalle, comincia a menarlo su e giù mentre mi lecca il collo e mi mordicchia i lobi delle orecchie, sussurrandomi dolcissime porcherie. Poi mi scosta, mi gira intorno ed appoggia sul lavandino un culo che sembra disegnato da Crepax.

Alza la minuscola gonna, si siede con un leggero balzello all’indietro, scosta il perizoma e con voce secca, ordina: “Ora leccala, vediamo se te la sai meritare”. Mi sento sotto esame, mi dico: “Non posso fallire proprio adesso, una così probabilmente non mi capiterà mai più”.

Mi inginocchio e, mentre le metto la testa tra le gambe, un odore dolcissimo mi avvolge. Mi appresto ad eseguire con l’emozione di un adolescente al primo bacio. Mentre procedo mi accorgo che la sua eccitazione sta salendo: piccoli fremiti, accompagnati da gemiti, mi danno la carica. Ora sento maggiore fiducia in me stesso e nelle mie capacità amatoriali, mi ripeto: “Dai, proprio un pivellino non sei”.

Così continuo ad indugiare con la lingua tra le grandi labbra, quel gusto delizioso ed inebriante mi invade tutti i sensi in un movimento che rendo volutamente più frenetico. Le mie mani la percorrono fin dove possono arrivare.

Mentre lecco assaporo ogni singola goccia che il suo sesso secerne: sembra gradire molto, lo capisco anche dal tremore delle gambe che aumenta man mano. Le sue cosce poderose mi hanno catturato la testa e non hanno nessuna intenzione di mollarla.

All’improvviso, mi afferra per i capelli e mi alza: “Non ho molto tempo a disposizione” mi informa, aggiungendo con aria perentoria: “È arrivato il momento di sbatterlo dentro, forza!”

Le rispondo, in un guizzo d’orgoglio: “No, bella, adesso ricambi il favore, prima voglio sentire quella lingua carnosa e morbida sul mio cazzo!”

Mi dice: “Ehi, ragazzino, prendiamo confidenza, vedo!” però esegue, mandandomi in orbita per una manciata di minuti. “Ci sa fare, la troia” penso fra me e me.

“Ora dammelo, lo voglio!” supplica. Capisco che è giunto il momento: non me lo faccio ripetere due volte, ormai sono al massimo. Lo appoggio fra le grandi labbra e lo spingo dentro con una facilità irrisoria. Sento la mia cappella pulsare dentro di lei, sento anche le sue contrazioni. Libidine al parossismo.

All’improvviso afferra con tutte e due le mani i glutei spingendomi ancora più dentro, fino in fondo, ansimando. “Mi sto facendo onore” penso.

Così mi muovo sempre più in fretta mentre i lunghi capelli, scomposti dal movimento, le scendono sul davanti, impedendomi di vederle bene il viso. Glieli fermo da un lato con una mano, mi stanno togliendo metà del piacere. Voglio vederlo e ricordarlo così, quel volto! Continuo a pompare come un forsennato perché percepisco che è quello che vuole. Conto un paio di orgasmi da parte sua e considero: “Posso lasciarmi andare, adesso, mi sento scoppiare”.

Come se mi avesse sentito, ordina: “Non venirmi dentro” proprio quando sto per esplodere: “Schizzami in faccia, mi piace così”.

Lo tiro fuori. Tre botte sono sufficienti per inondarla di sperma copioso e caldo, che voluttuosamente si spalma su tutta la faccia, infilandomi immediatamente indice, medio ed anulare bagnati di me in bocca, dicendo: “Sentiti, e ricordami, con il sapore del tuo piacere”.

Poi, senza aggiungere altro, si stacca, si sciacqua le parti interessate, si guarda allo specchio, si passa un po’ di rossetto sulle labbra, si gira e scompare. Io resto lì per qualche secondo immobile, ancora incredulo, a guardare allo specchio un altro me stesso con la faccia allucinata.

Mi risistemo anche io, raggiungo il mio tavolo e torno a sedermi.

Chiedo al barista, fermo nella posizione in cui l’avevo lasciato: “La signora, è già uscita?” “Quale signora?” biascica lo svelto. In quel momento nuova apertura di porta, nuova folata e di nuovo lei.

“Ha dimenticato qualcosa?” le chiedo confuso. Mi risponde: “Giovanotto, come potrei aver dimenticato qualcosa, se è la prima volta che entro in questo bar? Piuttosto, c’è un telefono? Ho il cellulare scarico e la macchina in panne”.

Dev’essere stato il caldo torrido di quella giornata? il mio pensiero aveva anticipato quello che stava per succedere, era successo davvero, avevo vaneggiato, sognato o cosa? A distanza di un anno non so rispondermi, ma sento ancora il suo profumo addosso.

1 thought on “RACCONTO DI UN GIORNO D’ESTATE

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